Gin senza Ginepro. Il dibattito.

Vi siete mai chiesti che cosa rende il gin “gin”?

I regolamenti di produzione di Europa e USA prevedono che “il gin deve ottenere il suo aroma principale dalle bacche di ginepro”. Fin qui tutto chiaro, lo dice la parola stessa, il gin non esiste senza il ginepro. O no?

Negli ultimi tempi stiamo assistendo all’uscita sul mercato di una sconcertante gamma di bevande alcoliche che si fregiano della denominazione di “gin” dove il ginepro -la botanica principale prevista dai regolamenti- è impercettibile o addirittura coperta da una miriade di altre botaniche dominanti, spesso aggiunte dopo la distillazione.

E’ vero che la sperimentazione con le botaniche ha segnato l’inizio di una nuova era, qualcosa di nuovo ed eccitante per la categoria, portando il gin a una notorietà e consumi inimmaginabili solo una decina d’anni fa.

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E’ altrettanto vero che molti spirit che si fanno chiamare “gin”, al di là della loro qualità e piacevolezza, sono in realtà vodke aromatizzate, senza alcuna nota di ginepro. Questo genera una comunicazione ingannevole per il consumatore, confondendo i confini tra quello che è gin e quello che non lo è.

Per questo motivo il gin ha bisogno di essere protetto nella sua identità.

E’ quello che si prefigge di ottenere la storica distilleria Hayman’s con la sua campagna “Call Time On Fake Gin”, un invito a mettersi in gioco rivolto a produttori, bartender e appassionati.

Il suggerimento principale è quello di cominciare ad affinare il palato, assaggiando le diverse tipologie di gin in purezza, allenandosi a ricercare la nota di ginepro predominante richiesta dai regolamenti.

Se il ginepro è latitante, ma adorate quell’ aroma irresistibile di pompelmo o fava tonka, nessun problema! Evidentemente la mancanza del ginepro come nota dominante non cambia la vostra percezione positiva, ma almeno sarete informati sul fatto che non state bevendo un gin “gin”.

Bevi con intelligenza, responsabilmente

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